Ciclicamente avverto in me la voglia di fuggire, non solo dal blog, ma dalla mia vita. Di solito avviene quando qualcosa di molto importante per me viene insidiato, compromesso. In questo periodo, ad essere insidiato è il mio lavoro. Non so spiegare, perché mi è difficile dirlo a parole, quanto sia importante, per me.. Forse, se fossi stata moglie e madre, sentirei meno forte la passione per la scuola, soffrirei di meno per le nefandezze di questi giorni. Chi ha degli affetti solidi ha meno paure, sa che ci sono cose più importanti del lavoro, sa che ben altre cose sono più terribili del ritorno al maestro unico. Il fatto è che io conduco già una vita senza rete, senza protezione, una vita dannata dall’incertezza economica, impaurita dall’impossibilità di avere una casa, appesantita dai doveri che sempre più sono solo miei e non di altri che , magari, potrebbero pensare un po’ più a me e meno a se stessi. Il lavoro è per me l’oasi, il rifugio, il luogo sicuro. Non vivo solo per il lavoro, non l’ho mai fatto del tutto. Mi concedo, quando posso, il piacere della musica, del cinema, dei libri, delle serate con gli amici, del sesso e del buon cibo. Ma il lavoro è la parte migliore di me, la parte che non ha mai dovuto scendere a compromessi, la meta ultima dei miei ideali. Una volta le bambine sognavano di fare le maestre da grandi. Ora sognano di fare le veline. Vogliono ancora sposarsi, ma con un calciatore o con un cantante, non più con un medico o un ingegnere. E più che tanti figli vogliono tanti soldi. Sicuramente io ho sognato solo la prima parte, dedicandomi pochissimo alla seconda. Ma cosa mi rimane, ora, a tre passi dalla pensione? Non so fare altro, altrimenti mi riciclerei in qualche modo e nessuno ha bisogno della mia esperienza e di quella di colleghi più qualificati di me, tanto meno il Ministero che mi comanda, che pure potrebbe trovarne enorme giovamento. Certo, potrei essere “impiegata nel campo turistico”, ma a fare cosa, pulire le spiagge? I bagni dei campeggi? Dovrei ridere di queste buffonate ed in passato l’ho anche fatto, però proprio non ci riesco, in questo periodo. Si sta spegnendo anche il mio proverbiale ottimismo. Mi infastidisce questo piangermi addosso, ma non posso farne a meno , ho bisogno di scriverlo, di chiarire le idee dentro e fuori di me. Non sono brava a gestire le situazioni di incertezza, di nebulosità. So che vi sono molte variazioni di grigio fra il bianco e il nero e l’età ha smorzato la mia irruenza, però dentro me rimane sempre la voglia di capire, di sapere da che parte sto, di affrontare le cose di petto, a muso duro. Non ci sto bene nella nebbia, ma è quella che mi avvolge, una nebbia oscura, che mi chiude, ma non voglio continuare a scrivere post lamentosi e lacrimosi e adesso non ho nessuna voglia di ridere. Meglio tacere, se non si ha alcuna voglia di parlare.
Chiedo venia, quindi, e mi assento per un po’.
Un bacio a tutti.
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